by Associazione Kairòs


Pene Capitali - Damnatio in Crucem - Crocifissione

La crocifissione era, al tempo dei romani, una modalità di esecuzione della pena di morte e una tortura.

La pena della crocifissione era tanto atroce e umiliante che non poteva essere comminata a un cittadino romano.

Era applicata agli schiavi, ai sovversivi e agli stranieri e normalmente veniva preceduta dalla flagellazione, che rendeva questo rito ancora più straziante per il condannato.

Cicerone definiva la crocifissione "il supplizio più crudele e più tetro".

Il supplizio della crocifissione è tuttavia molto più antico dei romani e non sempre è legato a una struttura a croce.

A volte il condannato era legato a un singolo palo, a volte a una struttura a V rovesciata.

Lo scopo era tuttavia sempre lo stesso: provocare la morte, dopo una lenta agonia, che interveniva per soffocamento determinato dalla "compressione" del costato (a tale scopo spesso le gambe del condannato venivano spezzate con una mazza o un martello), oppure a causa di collasso cardiocircolatorio.

Si presume che talvolta la morte intervenisse in seguito alla combinazione di entrambi gli aspetti.

Alcuni documenti antichi parlano di crocifissione già all'epoca dei babilonesi.

La croce consisteva di due pali, uno verticale e l'altro orizzontale.

Normalmente sul luogo delle crocifissioni c'era già, saldamente piantato per terra, il palo verticale (lo stipes).

Il condannato si "avviava" al luogo dell'esecuzione portando sulle sue spalle il palo orizzontale, detto in latino patibulum (da qui la parola italiana "patibolo"), al quale sarebbe stato confisso.

Il "patibulum" aveva normalmente a metà un foro con cui veniva infisso sullo "stipes".

Vi sono testimonianze che indicano come a volte venisse usato come "patibulum" la spranga di una porta.

Pare che il "patibulum" fosse legato alle braccia del condannato, e in questo modo (se fosse caduto durante il tragitto) avrebbe rischiato di urtare il suolo con la faccia.

Gli arti venivano inchiodati o legati al legno[. Il palo verticale era inoltre generalmente dotato di una sporgenza, chiamata pegma, sulla quale sedeva a cavalcioni la vittima.

L'agonia del condannato era piuttosto lenta, potendo durare ore o anche giorni.

Non vi è un'unica ipotesi sulle cause della morte; sopravveniva, infatti, per collasso cardiocircolatorio (dovuto anche all'ipovolemia causata dalla perdita di sangue e di liquidi) o asfissia.

Infatti, per respirare, il condannato doveva fare leva sulle gambe; quando, per la stanchezza, o per il freddo, o per il dissanguamento, il condannato non poteva più reggersi sulle gambe, rimaneva penzoloni sulle braccia, con conseguente difficoltà a respirare; oppure tutti questi movimenti dolorosissimi portavano al cedimento del cuore.

I carnefici lo sapevano e quando dovevano "accelerare" la morte rompevano con un bastone le gambe del condannato, in maniera che il soffocamento giungesse il prima possibile.

Informazioni aggiuntive

  • Luogo: Roma
  • Periodo: Antica Roma
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